L’importanza di chiamarsi Zlatan

Viviamo in una società tremendamente materiale. Nell’era del ‘tutto e subito’, la dedizione e la costanza contano poco se non portano frutti concreti sotto forma di premi e riconoscimenti. In pratica, non si è vincitori nemmeno nel proprio animo se non ci riconoscono come tali i nostri sfidanti. Con buona pace di chi cerca ancora di portare avanti il mantra “l’importante non è vincere ma partecipare”. Mantra che fa sempre comodo. Fa comodo come ultima spiaggia, nel caso in cui il tuo ego supera le tue potenzialità. Fa comodo come giubbotto di salvataggio quando l’aereo delle tue speranze perde quota.

Fa bene anche quando ti chiami Zlatan Ibrahimovic, quando i problemi precedentemente detti non ne hai, o meglio, quando non hai proprio problemi.  Perché a Zlatan non manca né il talento né tantomeno l’autostima. Autoproclamatosi prima Re e poi Dio di Manchester, la parentesi ai Red Devils è solo l’ultima tappa di un itinerario principesco  che lo svedese si è concesso nei massimi campionati europei nella sua sfavillante carriera. Partito dalla sua Svezia, il ragazzo di Malmoe ha fatto tesoro delle sofferenze che la povertà e le difficoltà familiari gli hanno inflitto, per forgiarsi, come solo i grandi uomini, prima ancora che i grandi calciatori sono capaci di fare.

Figlio di immigrati, Ibra ha fatto del calcio valvola di sfogo oltre che mezzo per la fuga dalle difficoltà economiche e sociali che la Svezia, la sua Svezia gli stava riservando. Calcio come sinonimo di vita, di libertà, come spesso e stupendamente accade. Ciò che è stato dopo, l’asso svedese ha avuto l’onore e il merito di consegnarlo alla storia. Amsterdam, Torino, Milano, Barcellona, Parigi. Dovunque ha giocato, per poi puntualmente andarsene con il suo mantello fatto di polemiche, Re Zlatan è stato sempre un po’ rimpianto. E come non farlo? Come un diamante che non perde mai la sua lucentezza, ha mantenuto inalterata il suo valore sul terreno di gioco, talvolta cambiando il suo stile di gioco, in diversi casi accettando sfide intriganti, puntando sempre su di sé. Segnando, e tanto. Vincendo, e molto.

Ma tutti i più grandi hanno un punto debole. Il tallone d’Achille di Zlatan è (e probabilmente rimarrà) quella coppa dalle grandi orecchie. Quelle che tutti vogliono ma che pochi conquistano. Molti sono gli sconfitti ogni anno, ma tra tutti c’è sempre qualcuno a cui perdere brucia di più. E non può essere altrimenti se ti chiami Zlatan Ibrahimovic. Ibra ha frantumato numerosi record, sciolto i dubbi degli scettici, ma non ha rotto la maledizione che nega a un talento della sua limpidezza di guardare, per una volta, con ragion d’essere, tutta l’Europa dall’alto albasso. Il calcio è uno sport unico, a detta di molti meritocratico, per tutti terribilmente crudele. Se un trofeo, per quanto sia la Champions League,  per quanto sancisca la superiorità di un club su un continente, possa davvero essere metro di giudizio sulla carriera di un calciatore, questo non ci è dato sapere.

La bilancia del successo non regge il peso della carriera e dei gol di Ibra. Come molti non reggono lui. Schietto, trasparente, determinato, ha fatto del cinismo la sua filosofia di vita, dentro e fuori dal campo. Spazzando via critiche e detrattori, come ha sempre fatto. E tirando un calcio anche alla carta d’identità, che da oggi ne sancisce i 35 anni. Vedremo per quanto Dio Zlatan vorrà continuare la sua rincorsa al trofeo più ambito d’Europa. Per ora ha in testa di portare a termine la sfida intrapresa con l’amico Mourinho, di riportare la Premier a Manchester, sponda  United. Con tanta buona pace per chi, dopo l’esperienza in Francia, lo dava già per finito. Lui che ora ha solamente cominciato. Tanti auguri a Re Zlatan, chissà quando vorrà scendere dal suo trono…

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