Frank de Boer: capro espiatorio di un’Inter alla deriva

Frank_de_Boer

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia è aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Scomodiamo i versi dell’opera massima del Somma Poeta, in cui descrive lo sgomento alla visione delle tenebre della selva infernale, in quanto il suddetto sgomento – con le dovute proporzioni – è il medesimo che provano ormai i tifosi dell’Inter dinnanzi alle ultime vicende societarie. Se l’avvento del Gruppo Suning sembrava aver portato la giusta robustezza societaria, unita ad un’indispensabile solidità finanziaria, ci si accorge che il club di Corso Vittorio Emanuele appare ancora tragicamente alla deriva. Si naviga a vista, pronti a mescolare le carte in tavola, stravolgendo i piani già non propriamente delineati.

Le prime avvisaglie di un’organizzazione societaria quantomai deficitaria e caotica si sono avute già in estate, con il tira e molla con Roberto Mancini: “resta, non resta?“, giochino culminato con la risoluzione consensuale del contratto del tecnico jesino e l’avvento di Frank de Boer, a poco più di una settimana dall’inizio della stagione di Serie A. Risultato? Sconfitta all’esordio sul campo del Chievo. Una naturale conseguenza della discutibile scelta riguardo le modalità del cambio in panchina che sarebbe dovuto avvenire con maggiore anticipo. “È presto“, si dirà giustamente, concedendo al tecnico olandese tutte le attenuanti del caso affinché possa ambientarsi alla nuova realtà e indottrinare la squadra secondo il proprio credo calcistico. Un lavoro, appunto, che richiede il tempo necessario. A maggior ragione se si prende un allenatore estremamente promettente, ma pur sempre emergente, e lo si catapulta in una nuova realtà senza che questi abbia potuto programmare la preparazione precampionato.

E tempo sia allora. Il buon Frank prova a riversare i propri dettami tattici alla squadra, imparando al contempo l’italiano in tempi record – tralasciamo, a tal proposito, gli indecenti siparietti visti spesso e volentieri sulle pay-tv circa la non perfetta capacità di esprimersi fluidamente dopo appena due mesi – e mettendo subito in mostra il proprio pugno di ferro per gestire situazioni delicate, come i casi Brozovic e Kondogbia. Tutto ciò, però, sembra non bastare. La squadra fatica ad assimilare i concetti dell’allenatore; che sia per colpe effettive del tecnico o per l’indolenza (vergognosa) di chi scende in campo, non è dato saperlo. Ciò che è certo è che la squadra alterna (poche) buone prestazioni – solo la vittoria sulla Juventus rasenta la perfezione – a partite scialbe, giocate con sufficienza.

La panchina scricchiola sotto il peso delle continue bordate da parte dei media e non solo, con anche i giocatori che delegittimano le tattiche del mister in diretta tv (Miranda: “Rispetto al passato abbiamo cambiato modo di giocare, adesso difendiamo più alto. Dobbiamo stare più bassi e cercare di vincere le partite, anche 1-0“), roba surreale. A nulla valgono le dichiarazioni di fiducia incontrastata nel progetto del tecnico olandese da parte della dirigenza, tanto sicure e vibranti quanto menzognere, arrivate tra l’altro incredibilmente dopo un mese di massacro mediatico contro l’ex allenatore dell’Ajax. Tre giorni dopo gli attestati di stima, complice la sconfitta nella trasferta di Genova contro la Sampdoria, il tempo è ormai scaduto: Frank de Boer e l’Inter si separano dopo 84 giorni. Non propriamente un periodo sufficiente affinché si possa costruire effettivamente qualcosa, ma questo è il calcio, questa è l’Inter.

De Boer saluta e lo fa da vero signore, senza sbattere la porta, risolvendo consensualmente il contratto e con un piccolo commento, seppur denso di significato: “Peccato che sia finita così. Per portare avanti questo progetto serviva più tempo. Voglio ringraziare tutti i tifosi per tutto il supporto che mi avete dato questi mesi. Forza Inter“.

 

Eppure, nonostante un esonero oramai scritto, complici i numeri impietosi – 3 vittorie, 6 sconfitte, 2 pareggi in 11 partite di campionato, 1 vittoria e 2 sconfitte in 3 match di Europa League – che parrebbero legittimare ampiamente la decisione maturata, ci sarebbero altre teste ben più meritevoli di ruzzolare sotto la metaforica lama della ghigliottina nerazzurra. A partire dalle fazioni formatesi in seno alla società stessa, con la vecchia guardia composta da Moratti-Zanetti-Ausilio che fa la guerra a Thohir proprio sulla spinosa questione del mister per meglio figurare al gruppo cinese capeggiato da Zhang. Squarci che, come testimoniato a più riprese in questo scorcio di inizio stagione (non solo de Boer: la vicenda dell’autobiografia di Icardi docet) stanno portando ad un collasso interno del club meneghino.

Un clima assolutamente inadatto per poter minimamente sperare di iniziare un progetto, un ciclo vincente, se ogni volta si fa terra bruciata, soprattutto a stagione in corso. Basti pensare che de Boer è l’ottavo allenatore a sedere sulla panchina nerazzurra dall’addio di Mourinho in appena 6 anni. Segnale emblematico della palesata incapacità di una società nel costruire adeguatamente. Chi, dunque, si prenderà l’onere di prendere il comando della guida tecnica della Beneamata? La questione è spinosissima, considerando che, finché le condizioni saranno le medesime in cui si è visto costretto a lavorare de Boer, non ci saranno i presupposti affinché si possa far risorgere l’Inter dalle proprie ceneri e ridarle vita al pari della mitologica fenice.

Prendiamo come esempio una realtà diametralmente opposta, vale a dire il Napoli di Sarri. Se oggi gli azzurri hanno una loro identità di gioco ben definita, i meriti vanno riconosciuti – oltre che ai giocatori ed all’ex allenatore dell’Empoli – all’aver lavorato in 7 anni con appena 3 tecnici, che hanno avuto modo di dettare le loro filosofie alla squadra di volta in volta. Ragion per cui oggi un Sarri, indubbiamente allenatore preparatissimo e navigato, mette in mostra sprazzi di ottimo calcio. Ora prendiamo un tecnico come Sarri (o anche Pioli, nome che circola con insistenza come candidato per la panchina nerazzurra, anche lui molto preparato tatticamente) e catapultiamolo nella realtà interista: è legittimo dubitare fortemente che riuscirebbe concretamente a risollevare una squadra allo sbando come l’Inter. Una squadra senza un briciolo di identità, di progettualità degna di definirsi tale, come dimostrato dai suddetti eventi. Una tesi avvalorata da ciò che è visto con Mazzarri nel passaggio dal Napoli all’Inter e, inversamente, con Benitez.

Allo stato attuale, non ci sarebbero Hiddink, Guardiola, Mourinho o chi per loro, capaci di sovvertire il marasma creatosi in casa Inter negli ultimi anni. Tecnici del genere vanno messi in condizione di lavorare attraverso un’adeguata progettualità e, soprattutto, tempo! Entrambe cose negate all’olandese. E dunque pronti, ennesima corsa, ennesimo cambio, ennesimi piani che volano dalla finestra ed ennesima stagione morta ancor prima di cominciare. Benitez, Leonardo, Gasperini, Ranieri, Stramaccioni, Mazzarri, Mancini (bis), de Boer… la lista è destinata inevitabilmente ad allungarsi, alla ricerca dell’ignoto Messia che riporti una pace che pare sempre più estranea alla pazza Inter, aberrante e sbiadita parente di quella del 2010.

 

Precedente Gigio vs Gigi, scontro generazionale Successivo Nizza, non solo Balotelli: protagonisti e segreti della capolista in Ligue 1