Euro racconta: quando la Germania non finì in fuorigioco

Germania_Ovest_-_UEFA_EURO_1980Il 23 marzo 1980 va in scena il giorno più lungo e più triste del calcio italiano. Quel gioco importato dall’Inghilterra da una ventina di marinai di Sua Maestà a fine Ottocento e che è diventato presto il passatempo preferito di milioni di persone sembra improvvisamente una cosa dannatamente sporca. Meno di un mese prima due piccoli imprenditori romani, Massimo Cruciani e Alvaro Trincia, hanno presentato un esposto alla Procura per denunciare la truffa subita da alcuni calciatori della Lazio che hanno fatto finta di addomesticare la partita con il Milan. Non era la prima volta che i giocatori truffavano quegli scommettitori di frodo che rapidamente sono finiti sul lastrico. Dalle indagini viene scoperchiato un vaso di Pandora da cui emerge che tante partite del campionato in corso sono state truccate in favore delle scommesse clandestine. Domenica 23 marzo 1980 le camionette delle forze dell’ordine fanno il loro ingresso sui terreni di gioco e arrestano in diretta 13 giocatori. Tra loro ci sono anche Bruno Giordano e Paolo Rossi, stelle della Nazionale italiana che di lì a pochi mesi affronterà da padrona di casa gli Europei. È un brutto risveglio per chi ama il calcio, la fine dell’illusione che sia tutto un gioco. Ma come sempre accade in questi casi, the show must go on.

L’Italia di Bearzot che solo due anni prima ha incantato il mondo in Argentina arriva dunque spuntata alla fase finale della manifestazione che si giocherà proprio nel nostro paese. Come nelle Olimpiadi di Roma del 1960, gli Europei 1980 sono l’opportunità per mostrare al mondo il nostro rinnovato benessere economico. Solo economico però, perché l’Italia continua a essere dilaniata dal malaffare, simboleggiato dal crack del Banco Ambrosiano e dal conseguente Caso Sindona, e da quel tremendo terrorismo politico che vivrà il suo picco nella strage alla stazione di Bologna in agosto. Lo scandalo del Calcio Scommesse è lo specchio di un paese ricco, ma fondamentalmente molto povero.

Il successo sempre crescente di interesse verso la Coppa Delaunay porta la Uefa a fare la rivoluzione. Alla fase finale infatti non parteciperanno più solo gli ultimi quattro superstiti, ma otto nazionali suddivisi in due gironi. Altra novità, la squadra ospitante verrà ammessa di diritto, senza il rischio di rimanere invischiata nei sette raggruppamenti a cui si iscrivono in tutto trentuno compagini. La fortunata prima finalista è proprio l’Italia che beneficia della potenza politica di Artemio Franchi, capo della federazione europea, per bypassare senza sporcarsi le mani le pericolose trappole dei gironi eliminatori.

Artemiofranchi

La strada che porta al Belpaese non nasconde comunque particolari insidie per le squadre che godono del favore del pronostico alla vigilia. Trascinata dalle prodezze del Pallone d’Oro in carica Kevin Keegan, l’Inghilterra si sbarazza senza eccessivi problemi della resistenza dei suoi “sudditi” Eire e Irlanda del Nord. Pochi patemi pure per la Germania Ovest, sulla cui panchina siede il nuovo CT Jupp Derwall. Non sbagliano i campioni in carica cecoslovacchi, che rispetto a quattro anni prima hanno conservato poche ma fondamentali pedine come Panenka, Nehoda e Ondrus ed eliminano la Francia di Platini. Nel girone 3 invece è lotta senza quartiere tra Spagna e Jugoslavia: a spuntarla è la selezione di Kubala che rispetto ai Plavi riesce a strappare un sofferto pareggio in Romania, guadagnando quel punticino che fa tutta la differenza del mondo. Soffre non poco pure l’Olanda, ma i tulipani sempre più sfioriti riescono comunque ad avere la meglio nella corsa a tre con Polonia e Germania Est. Le principali novità sono quindi rappresentate dal rinnovato Belgio di Guy Thys, diretta emanazione di quello di Goethals che è arrivato a pochi passi dalla gloria nel 1972, e soprattutto la sorprendente Grecia che fa fuori le più quotate Urss e Ungheria trascinata dalla straordinaria vena realizzativa di Thomas Mavros.

Per gran parte degli addetti ai lavori la favorita d’obbligo per Euro ’80 è l’Italia padrona di casa. L’allenatore Enzo Bearzot ha raccolto una squadra in macerie e per poco non le ha fatto toccare il cielo con un dito. Al Mundial argentino gli Azzurri hanno messo in mostra il gioco più divertente dell’intero torneo e solo il modesto arbitro Martinez e due dormite di Zoff hanno impedito alla Nazionale di giocarsi il titolo all’ultimo atto contro l’Albiceleste. Nel percorso che separa l’Italia dagli Europei casalinghi, fatto di sole amichevoli, gli Azzurri viaggiano sulle montagne russe, convincendo contro Olanda, Uruguay e Spagna e subendo preoccupanti rovesci contro Cecoslovacchia e Jugoslavia. Il 23 marzo però il bubbone del calcio scommesse scoppia in tutta la sua interezza e gli esiti hanno l’effetto di un cataclisma.

A tre settimane dalla rassegna europea arriva infatti la sentenza che nessun tifoso italiano vorrebbe sentire: il principale alfiere azzurro, quel Paolo Rossi che in Argentina ha incantato il mondo guadagnandosi il soprannome di Pablito, e Bruno Giordano, sua prima riserva in Nazionale, vengono squalificati per due anni. Bearzot si ritrova così per le mani un’arma totalmente spuntata. Prova a rimediare affiancando a Bettega, che con gli anni si è trasformato in una seconda punta, un trittico di attaccanti che convincono il giusto, vale a dire Graziani, che viene sempre etichettato come “generoso” per spiegare come in realtà la porta la veda poco, il giovane e acerbo Altobelli e un Pruzzo praticamente a digiuno in azzurro. Qualcuno si illude che possa bastare, ma il problema del gol sarà la vera Spada di Damocle per la selezione italiana durante tutto quell’Europeo.

Due raggruppamenti da quattro squadre l’uno, le prime classificate vanno direttamente in finale, le seconde si giocano il gradino più basso del podio. A contendere il primato all’Italia sono Inghilterra, Belgio e Spagna e proprio gli iberici tengono a battesimo gli Azzurri a San Siro. Le Furie Rosse sono poco Furie e molto Rosse, ma di rabbia. Nonostante la qualificazione all’Europeo infatti i media spagnoli hanno preso di mira Kubala, reo di far giocare male la squadra. Teorie confutate al momento della verità, perché la Spagna, nonostante abbia davanti due autentici bomber come Quini e Satrustegui, non punge e altrettanto fa l’Italia, a cui mancano le bocche da fuoco. Lo 0-0 finale è la logica conseguenza di un modesto spettacolo.

La seconda avversaria è l’Inghilterra allenata da Greenwood che ha pareggiato anch’essa all’esordio con il Belgio e che alla vigilia dell’Europeo ha dovuto a rinunciare a quel Trevor Francis che un anno prima, da giocatore più pagato del Regno Unito, ha regalato con un colpo di testa la prima Coppa Campioni al Nottingham Forest di Brian Clough. È invece regolarmente in campo King Kevin Keegan, vincitore degli ultimi due Palloni d’Oro, nonostante le sue condizioni di forma non siano ottimali. È lo spauracchio numero uno e lo prende in consegna Marco Tardelli che tre anni prima lo ha annullato a Wembley. Schizzo si ripete anche stavolta, ma fa addirittura di più, siglando la rete del successo azzurro a dieci minuti dalla fine e spezzando una monotonia che sembrava dover durare in eterno. L’Italia sale così a quota tre punti, alla pari del Belgio con cui si giocherà il primo posto nell’ultima giornata. I favoriti però sono i Diavoli Rossi che con la differenza reti in parità hanno segnato due gol in più e che quindi nello spareggio di Roma possono giocare anche per il pareggio.

Il Belgio che ci si para davanti è il figlio legittimo di quello che ci ha eliminato ai quarti nel 1972. Non a caso a ereditare il testimone da Raymond Goethals è stato Guy Thys. È fiammingo invece che vallone, ha un volto che pare scavato nella pietra, ma suona sullo stesso spartito del suo predecessore, chiedendo ai suoi ragazzi rigore e geometrie. Ha una vera e propria ossessione per il possesso palla, che per lui è prima di tutto un’arma difensiva, e pretende una squadra cortissima che possa applicare sistematicamente il fuorigioco, per evitare i pericoli derivanti da contropiede e palle inattive. La disciplina che esige non si limita solo al rettangolo di gioco, infatti fa pedinare i suoi giocatori, anche se quando scopre le loro marachelle non ha bisogno di usare le maniere forti per rimetterli in riga: una leggenda narra che una volta, nell’hotel in cui i Diavoli Rossi erano in ritiro, abbia trovato Renquin nudo sul pianerottolo dopo una notte bollente e si sia limitato a squadrarlo domandandogli “Fa caldo, eh?”. Inutile dire che Renquin, di scappatelle, non ne praticherà mai più.

Guy_Thys

Il suo Belgio del 1980 è la sua creatura prediletta. In porta ha lanciato Pfaff, il fenomenale portiere clown, quello che al Bayern Monaco indosserà un cappellino con delle manine sulla visiera che lui aziona e fa applaudire dopo una grande parata. A destra c’è Eric Gerets, un terzino favoloso che garantisce le continue sovrapposizioni fondamentali per il gioco di Thys. A cavalcare la fascia sceglie un motorino come Van der Elst, mentre la qualità la assicurano Cools e Vandereyken, mentre davanti l’estroso Ceulemans è l’uomo più pericoloso. Tutto però gira ancora una volta intorno a lui, Wilfried Van Moer, faro anche della nazionale di otto anni prima. Aveva dato l’addio al Belgio, ma Thys l’ha convinto a tornare. Ha scollinato da un po’ i 35 anni e la sua mobilità, già scarsa in gioventù, si è praticamente ridotta all’osso. Non importa, perché con la classe arriva ovunque. Ci sarebbe anche il sontuoso e sfortunatissimo Ludo Coeck, ma un infortunio l’ha messo fuori gioco.

La sfida dell’Olimpico ricalca in maniera pedissequa quella andata in scena otto anni prima a Milano. Gli Azzurri caricano a testa bassa, e non potrebbero fare altrimenti, ma non fanno neppure il solletico a una rivale chiusa ermeticamente e che mette sistematicamente in offside gli attaccanti italiani. Piove pure sul bagnato perché si infortunano Oriali e Antognoni e così la frittata è fatta. Finisce 0-0, il risultato voluto da belgi.

Non molto più divertente è l’altro girone, in cui si affrontano Germania Ovest, Olanda, Cecoslovacchia e Grecia. A parte questi ultimi, per cui è già un successo essere arrivati alla fase finale, le altre tre partono praticamente alla pari. I campioni in carica hanno cambiato tanto, a partire dal condottiero che non è più Jezek, ma Josef Venglos. Anche l’Olanda vicecampione del mondo ha mutato faccia: Happel ha passato il testimone a Zwartkruis che ha smorzato le incomprensioni dello spogliatoio e si affidato ai senatori Krol e Haan che sono i trampolini di lancio per i grimaldelli rappresentati da Kist e i gemelli Van der Kerkhof. Ancora più rivoluzionata è però la Germania Ovest che ha sostituito anch’essa timoniere virando da Shön a Derwall , il quale ha sposato in toto la linea verde iniettando nel motore benzina fresca. Il risultato è la squadra dall’età media più bassa di tutto il torneo, una nazionale inesperta ma imbattuta da quindici partite.

All’esordio i tedeschi si prendono la rivincita sulla Cecoslovacchia, che li aveva sconfitti in finale quattro anni prima, grazie a un gol di Rummenigge, poi piegano l’Olanda con la tripletta di Klaus Allofs, ispirato dai lampi di genio di Bernd Schuster, uno dei baby più promettenti, un centrocampista raffinatissimo e maturo anche se ha solo ventuno anni. La Germania si qualifica così alla finale grazie al pari a rete inviolate con la Grecia e lascia Olanda e Cecoslovacchia a contendersi la finalina contro l’Italia. La differenza reti premierebbe i campioni (ormai ex) in carica che infatti in virtù del pareggio si prendono il secondo posto e andranno a giocarsi la medaglia di bronzo contro i padroni di casa.

Bernd_Schuster_-_Germania_Ovest_-_Euro_1980La finale per il terzo posto tra Cecoslovacchia e Italia è un inno ai cliché che vogliono i primi spesso vincenti alla lotteria dei rigori e i secondi quasi sempre sconfitti dagli undici metri. La partita è orribile, tanto che da quel momento l’Uefa deciderà di abolire le finaline. I tempi regolamentari terminano infatti sull’1-1 perché alla prodezza balistica di Jurkemik risponde Graziani. Ai rigori segnano tutti, pure Panenka che però decide di non fare il cucchiaio al monumento Zoff: al nono turno però Collovati fallisce, altrettanto non fa Barmos e sul gradino più basso del podio va la Cecoslovacchia, mentre l’Italia, mai battuta e con un solo gol subito, resta con un pugno di mosche in mano. Andrà meglio due anni dopo in Spagna, quando Paolo Rossi sarà finalmente in campo e cambierà una storia che l’opinione pubblica nazionale aveva già pensato bene di scrivere.

Intanto però a Roma va in scena l’ultimissimo atto che vede di fronte tedeschi e belgi. I ragazzi di Thys vorrebbero scrivere l’ultima pagina della favola e cancellare così la sconfitta di otto anni prima rimediata sempre contro la Germania nella semifinale dell’Europeo casalingo. Di fronte però c’è il solito inscalfibile panzer. In porta Schumacher ha ereditato degnamente il posto di Maier. In difesa il possente Kaltz, l’uomo dalla lunghissima rimessa laterale rinominata “banana”, fluidifica che è un piacere, tanto a coprire a tutti le spalle c’è un signore dai folti baffi, che incute timore solo a guardarlo da tanto il suo sguardo è spigoloso e che risponde al nome di Uli Stielike. A centrocampo giostra Briegel, sgraziato a vedersi ma incredibile per quantità di chilometri percorsi e palloni recuperati, che fa da gregario a due giovani genietti che a causa dei loro caratterini al peperoncino di cayenna raccoglieranno in carriera meno di quanto avrebbe meritato il loro talento smisurato: Bernd Schuster e Hansi Muller. Sono loro a dettare i tempi e a innescare il tridente composto da Horst Hrubesch, classico ariete d’area, Klaus Allofs, capocannoniere dell’Europeo, e Karl Heinz Rummenigge, la stella della squadra, un attaccante che abbina potenza e velocità e che ha già vinto da protagonista due Coppe Campioni con il Bayern.

È stato fino a quel momento l’Europeo dei giovani emergenti, come dimostrano le due squadre giunte alla finalissima, ma Germania Ovest – Belgio è una partita per vecchi. I Diavoli Rossi si appendono infatti con le unghie al loro totem Van Moer che dirige l’orchestra dall’alto della sua straordinaria qualità e ingaggia un duello scintillante con il suo dirimpettaio Schuster, ben più giovane ma altrettanto illuminante. È proprio il ragazzino di Augsburg, ben riposato visto che fino a quel momento Derwall ne ha centellinato le energie, a lanciare dopo dieci minuti l’altro eroe della finale Horst Hrubesch che controlla al limite dell’area e calcia una sassata che sorprende Pfaff. Sono passati solo dieci minuti, ma i tedeschi sono già in vantaggio e possono così agevolmente controllare. I loro piani saltano però a un quarto d’ora dalla fine, quando Van der Elst parte palla al piede e Stielike lo abbatte: il fallo avviene fuori area, ma l’arbitro assegna il rigore. Dal dischetto si presenta Vandereycken che sceglie la soluzione di potenza e beffa Schumacher. Si profila lo spettro dei rigori, già fatale alla Germania quattro anni prima, ma stavolta i giovani tedeschi hanno gamba ed entusiasmo e a due minuti dalla fine risolvono la contesa: calcio d’angolo da sinistra di Rummenigge e imperioso stacco aereo ancora di Hrubesch che non a caso in patria chiamano Kopfballungeheuer, che sarebbe “testa di mostro”: un soprannome che denota, oltre alla sua scarsa avvenenza, anche il suo colpo migliore sul campo di calcio. Pfaff stavolta può solo guardare. Finisce lì, 2-1.

È una rete che taglia le gambe agli uomini di Thys che proprio come il predecessore Goethals deve arrendersi al cospetto dei tedeschi. Per la Germania Ovest è il secondo alloro continentale, ma a differenza di quello alzato in Belgio nel 1972, stavolta quella generazione non aprirà nessun ciclo vincente, perdendo in finale nei due Mondiali successivi. Certe volte anche i tedeschi piangono.

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