Euro Racconta: Tutto cominciò così

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L’idea di creare un torneo che coinvolga le sole nazionali europee viene nel 1950 a Barassi, il Presidente della Federazione italiana che sta anche ai piani alti della Fifa e che durante la Seconda Guerra Mondiale ha conservato la Coppa Rimet in una scatola di scarpe nascosta sotto il suo letto, per paura che i tedeschi potessero impossessarsene e fonderla in oro. Barassi propone di organizzare una competizione da giocare ogni quattro anni, a pochi mesi di distanza dalle Olimpiadi, da selezioni formate da dilettanti. Nessuno però lo sta a sentire. Quando nel 1954 le Federazioni europee di uniscono per formare l’attuale Uefa, l’idea riprende corpo, ma nel 1958 al momento di votare la proposta del francese Henry Delaunay, segretario dell’Uefa, stavolta Barassi fa spallucce e vota contro: l’Italia ha troppi impegni internazionali, come la Coppa Internazionale, l’antenata dei campionati europei. Nata nel 1927 su iniziativa della Federazione austriaca, la Coppa Internazionale coinvolgeva i paesi mitteleuropei, ovvero la Cecoslovacchia, l’Ungheria e appunto l’Austria, oltre all’Italia e la Svizzera, in pratica le migliori scuole calcistiche dell’epoca, Inghilterra esclusa. Il premio per il vincitore di questa sorta di Cinque Nazioni è un trofeo in cristallo di Boemia che viene assegnata definitivamente a chi si aggiudica la competizione tre volte. Ci andrà vicino solo l’Italia di Pozzo che la alzerà al cielo due volte, ma con lo scoppio della Guerra non farà in tempo a fare tris. Dopo la Seconda Guerra Mondiale la Coppa Internazionale perde di fascino e quindi sembra piuttosto retrò il rifiuto di Barassi che però non cambia idea. Gli vanno dietro pure la Svezia, la Germania Ovest e l’Inghilterra, sempre piuttosto restia a misurarsi con “gli altri”, pallidi imitatori del gioco da loro inventato. Nonostante ciò, quando al congresso di Colonia arriva il momento di votare, i favorevoli la spuntano per 17 voti a 16. Nasce la Coppa Europa ed è il trionfo di Delaunay che, ironia della sorte, non vivrà abbastanza a lungo da veder disputare la sua creatura e infatti a lui verrà dedicata la manifestazione. La formula è quella delle coppe europee, con sfide di andata e ritorno, a cui si aggiunge una fase finale per le quattro squadre rimaste in gara, da disputarsi in una di queste quattro nazioni.

Le nazioni sconfitte all’urna rispondono picche e tra di esse ci sono selezioni nobilissime come Inghilterra, Germania Ovest e Scozia, eppure il livello della competizione resta più che accettabile. Manca ovviamente anche l’Italia, nonostante sul suolo patrio impazzino le polemiche per il rifiuto. Sono in molti a ritenere che il reale motivo del forfait sia il timore della federazione di esporre gli azzurri a un’altra figuraccia, pochi mesi dopo alla mancata qualificazione al Mondiale del 1958. Poco male, appurate le mancanze anche di Belgio, Svizzera e Olanda, la Coppa Delaunay può avere inizio. Ai blocchi di partenza si presentano 17 nazionali ed è subito necessario un turno preliminare. Lo giocano l’Eire, unica squadra britannica in gara, e la Cecoslovacchia del superbo Masopust che dopo la sconfitta a Dublino ribalta la situazione a Praga con un sontuoso poker. Gli ottavi di finale presentano poche sorprese: la Francia, giunta terza agli ultimi mondiali, scherza la Grecia, altrettanto fanno la Spagna con la Polonia, la Cecoslovacchia con la Danimarca, l’Austria con la Norvegia e la Jugoslavia con la Bulgaria. Più sofferte le qualificazioni della Romania sulla Turchia, meno quella del Portogallo di Coluna contro la Germania Est.

E poi c’è l’appuntamento clou, quella sfida tra Unione Sovietica e Ungheria che per forza di cose non può essere una partita come tutte le altre. E d’altronde come potrebbe essere altrimenti: sono passati soltanto due anni da quella plumbea giornata di ottobre in cui un gruppo di studenti di economia di Budapest inscena una protesta pacifica per chiedere la libertà di stampa e una maggiore indipendenza dall’Urss, contestando Rakosi, uomo che Chruscev dal Cremlino ha messo a comandare l’Ungheria. Nel giro di poche ore la protesta si trasforma in rivolta, in piazza scendono centinaia di migliaia di persone e l’Unione Sovietica decide di intervenire militarmente, lasciando sul selciato dopo 12 giorni di scontri oltre 2600 persone e strozzando nel sangue quella che passerà alla storia come la Rivoluzione Ungherese. Gli strascichi riguardano anche il calcio, perché la nazionale, la quasi imbattibile Aranycsapat, la squadra d’oro di Puskas, Kocsis e Hidegkuti si sfalda.

Quando scoppiano i disordini il grosso della squadra, che gioca nella Honved, è in viaggio per Bilbao per una partita di Coppa dei Campioni. Dopo la gara di ritorno che si gioca sul neutro di Bruxelles tutti i giocatori, o almeno la maggior parte di loro, decide di non tornare più a casa e vengono squalificati dalla Federazione ungherese e dalla Fifa. Ecco perché nel 1958 l’Ungheria che va a Mosca ad affrontare l’Urss non è nemmeno lontana parente di quella che aveva dominato il mondo e allora i russi davanti a 100.000 persone hanno gioco facile e ipotecano la qualificazione già all’andata.

Nei quarti di finale si assiste a un altro caso politico, perché l’Unione Sovietica viene sorteggiata con la Spagna, paese dalle idee politiche decisamente opposte. Lì dal 1939 al potere c’è Francisco Franco che regge militarmente un governo di estrema destra. La nazionale spagnola di quegli anni è letteralmente un equipazo. Il Real Madrid domina il mondo a livello di club e le Furie Rosse possono contare su eccellenti prodotti indigeni come la velocissima ala Gento e il favoloso regista Suarez mixati ai naturalizzati Kubala e Di Stefano, rispettivamente stelle di Barcellona e Real Madrid, oltre a Puskas, stabilitosi a Madrid dopo la fuga dall’Ungheria, e il difensore argentino Santamaria. A dirigerli c’è un argentino cresciuto in Marocco e maturato in Francia, ma che ha trovato il successo proprio in Spagna come allenatore. Si chiama Helenio Herrera ed è uno che anche in Italia qualcosina vincerà. La Spagna è la grande favorita degli Europei, ha maltrattato la Polonia agli ottavi e la Uefa le ha già promesso che la fase finale si giocherà da loro, ma questo al Generalisimo Franco non importa nulla. Il suo paese contro “quelli lì”, i russi comunisti, non ci gioca, decide di ritirare la squadra e l’Urss è in semifinale.

Ci trova la Francia, che gioca un calcio sublime, completamente ed esclusivamente votato all’attacco, con il Napoleone del calcio Kopa, un polacco trapiantato in Francia, che inventa a getto continuo per un tridente formato da Piantoni, Vincent e Just Fontaine, che due anni prima al Mondiale in Svezia è diventato il recordman per numero di reti segnate in una sola edizione, tredici. I francesi sono i grandi favoriti, anche perché sono i padroni di casa, visto che la Uefa, in onore di Delaunay, ha assegnato a loro l’organizzazione dopo la rinuncia della Spagna. Le altre semifinaliste sono altri due paesi del blocco dell’Est, Cecoslovacchia e Jugoslavia.

I padroni di casa affrontano i Plavi, ma al Parco dei Principi l’entusiasmo è piuttosto moderato, perché i Galletti devono fare a meno delle loro stelle Kopa, Fontaine e Piantoni. La Jugo è dal canto suo una squadra fantastica e in pieno stile slavo è capace di vincere o perdere davvero contro chiunque. È imbottita di talenti e d’altronde è risaputo che a Belgrado il pubblico vuole indietro i soldi del biglietto se non ci sono almeno due giocolieri in campo. La linea offensiva della Jugoslavia è composta da Sekularac, fantasioso e tecnico trequartista che parte da sinistra, uno che una volta ha preso a pugni un arbitro e ha un rapporto di amore e odio con i soldi, dato che una volta davanti a un hotel di Belgrado si è pulito le scarpe con delle banconote, ma poi se ne andrà negli Usa e in Colombia a fare cassa. Il centravanti è l’efficacissimo Galic, le ali sono Jerkovic e l’elegante mancino Kostic. È proprio Galic a spezzare l’equilibrio, ma Vincent pareggia subito i conti e Heutte e Wisnieski ribaltano il punteggio e consentono l’allungo. Zanetic accorcia, Heutte colpisce ancora e a due terzi di gara la Francia ha saldamente in mano la contesa. È a quel punto che, a un quarto d’ora dalla fine, esplode la geniale follia slava e in quattro minuti con la complicità del portiere nato in Algeria Lamia si porta sul 5-4 grazie alla rete di Knez e alla doppietta di Jerkovic. In finale ci va la Jugo.

Nell’altra semifinale l’Unione Sovietica affronta la Cecoslovacchia che nei quarti ha passeggiato contro la Romania. I cechi si affidano ovviamente al sublime Masopust, mediano a tutto campo del Dukla Praga, ma può contare su altri ottimi elementi come il portierone Schrojif, Bubnik, centrocampista di talento nonché giocatore anche della nazionale di hockey, l’altro mediano Bubernik, che vincerà clamorosamente la classifica cannonieri del torneo, e l’ottimo difensore Novak. Comunque troppo poco per opporsi ai sovietici che asfaltano i rivali grazie alla doppietta di Ivanov e alla rete di Ponedelnik.

L’ultimo atto è quindi Urss – Jugoslavia, una sfida a cui il Cremlino tiene sempre particolarmente, vista la politica mai allineata del Maresciallo Tito. È anche il remake della finale olimpica del 1956 a Melbourne. Rispetto a quel torneo però i sovietici non possono più contare sul talento di Streltsov, rinchiuso in un gulag con una falsa accusa di abuso sessuale e in realtà punito per uno stile di vita poco consono con i canoni di regime. Le filosofie delle due squadre sono in antitesi. Difesa e rigore per l’Unione Sovietica che tra i pali ha un Lev Jascin che ha 31 anni è il miglior portiere del mondo, oltre a diventare il migliore della storia del gioco. Il compito di fare gol spetta a un attaccante di assoluto valore come Metreveli, mentre in mezzo al campo illuminano la scena la regolarità del mediano Netto e il fosforo dell’interno Ivanov. Di tutt’altra pasta la Jugoslavia, squadra che come nella migliore tradizione dei Balcani è capace di ogni impresa nel bene e nel male. Nella prima frazione la tecnica slava dà la paga all’atletismo sovietico, Sekularac e Kostic impazzano e Jascin salva i suoi con un paio di interventi miracolosi, ma prima dell’intervallo viene infilato da Galic di testa. Nella ripresa però cambia tutto: l’Urss va a un altro ritmo, travolgendo i Plavi che continuano nel loro palleggio bailado e sterile. Il padrone della gara diventa Bubukin. Un suo tiro dalla distanza viene respinto corto da Vidinic, Metreveli è il più rapido e ribadisce in rete da vero opportunista a inizio ripresa. Il risultato non cambia più fino al novantesimo e così si va ai supplementari, dove è la Jugoslavia a dominare. A sei minuti dalla fine però Bubukin apre sulla sinistra per Meskhi che salta il suo marcatore e crossa per la testa di Ponedelnik che incorna in rete. Igor Netto alza così al cielo di Parigi la prima Coppa Europa, sigillando lo strapotere del calcio dell’Est. A osservarlo al Parco dei Principi ci sono appena 18.000 spettatori, ma la storia dell’Europeo è appena cominciata.

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