“Cosa esaltiamo, quando esaltiamo il Milan” (Semi cit.)

                                           di Nelio Lenozzi

Dopo 12 giornate si può celebrare il “nuovo” corso dell’AC Milan 2016/2017? No. Eppure l’esaltazione dell’11 rossonero attuale, sembra essere lo sport preferito di giornalisti, tifosi e addetti ai lavori. Nessuno vuole restare giù dal carro. L’avvio positivo, in termini di risultati, del Milan di Montella invita all’euforia. D’altronde i numeri, in parte, giustificano lo stato d’animo dell’ambiente milanista. Terzo posto in classifica con un attacco non molto prolifico, ma efficace (media di 1,583 reti a gara) e una difesa semiblindata (15 gol subiti, di cui 8 solo nelle prime 3 partite). Tutto grasso che cola, in un paese storicamente utilitarista come l’Italia, dove il “risultatismo” è l’unica religione sulla quale si valuta la crescita di una squadra.

Perché allora è poco corretto parlare di new deal rossonero? Semplicemente perché gli uomini a disposizione di Montella sono più o meno gli stessi dell’inizio ritiro 2015/2016. Avete proprio letto bene. Si parla di grandi cambiamenti, quando in realtà (quasi) nulla è cambiato. Tomasi di Lampedusa ci perdonerà per la citazione, ma è calzante per il Milan di questi tempi.

locatelli

Manuel Locatelli

Qualche cosa nell’ecosistema rossonero si è modificato. Solo un cieco o uno stolto potrebbe non riconoscerlo. Allenatore diverso, la promozione di Donnarumma e Locatelli come titolari inamovibili e anche qualche innesto sul mercato come Romagnoli e Kucka, risalente ancora all’agosto 2015. Sul mercato di quest’anno, meglio non commentare, restando sempre in attesa dell’acquisizione del posto fisso di Mati Fernandez e Pasalic. Non sarà di certo un gol di tacco di Lapadula a farmi cambiare idea.

Un imput però, al netto di tutte le questioni, è continuato ad echeggiare nell’aria viperesca degli uffici di Casa Milan. Lo ripete spesso l’ad Adriano Galliani, nelle sue interviste condite da domande sempre accomodanti e mai troppo scomode da parte dei colleghi. “Il Milan ha come obbiettivo stagionale il raggiungimento della zona Champions”, una cantilena quella dell’ad della parte sportiva milanista che gli appassionati conoscono a memoria. Poco importa con quali mezzi o quali atleti a disposizione. Il mantra degli ultimi 16 anni in casa rossonera è lo stesso.

È pur vero che i Paletta, i Suso, i Locatelli, quest’ultimo ancora in apprendistato tra Primavera e Prima Squadra, erano già calciatori a disposizione del mister serbo. Forse non erano molto ben visti dal corpo tecnico precedente, come nel caso dell’italo argentino e dello spagnolo, ma erano già lì a sgambettare sui verdi prati della struttura sportiva di Carnago. Onore a Montella in grado di rivitalizzare alcuni profili. Scritto questo però, che cosa si è trasformato in questi mesi? Forse meno pressioni provenienti dal numero 1 della baracca? Non si può nascondere, l’anno scorso l’influenza di Berlusconi sulle gare dei rossoneri è sempre stata molto ampia. Dai complimenti a Di Francesco e Reja, alle battutine taglienti verso il gioco del serbo, un melting pot di metaforiche bastonate e automortificazioni, che molto spesso non hanno giovato alla rosa. Poi c’è da aggiungere la presenza di alcune individualità non proprio inclini a fare gruppo, e “les jeux sont fait”. Annata ricca di frustrazioni e accesso all’Europa gettato via in maniera masochistica. Questo per parlare di che cosa è cambiato in questi 16 mesi.

Quello che continua invece a non cambiare è l’atteggiamento della squadra. Un insulto per chi ha potuto ammirare il calcio totale di Arrigo Sacchi o il palleggio ragionato di Carlo Ancelotti o anche il pragmatismo non proprio spettacolare, ma perlomeno avvolgente, di Capello. Giocatori differenti, per epoche e momenti differenti. Tutto legittimo, ma dimenticare la storia quello no. Questo Milan gioca esattamente come quello di Inzaghi e Mihajlovic. Non è cambiato nulla. Squadra molto ordinata, nulla da eccepire. Linea difensiva non altissima con i terzini mediamente bloccati, grande attenzione ai movimenti senza palla, mediana attenta più a rattoppare che a cucire, strappi individuali offensivi dettati dalla casualità e della qualità dei giocatori più talentuosi. Allora da dove si scorge il rinascimento milanista? Dal rigore parato da Donnarumma all’ultimo istante contro il Torino? Dal super intervento sempre del Gigione nazionale su Khedira? Dalla mancata concessione dei rigori su Bacca e Locatelli contro Udinese e Genoa, per la serie “più forti dell’invidia e dell’ingiustizia?”. Non fatemi ridere.

Milan Sinisa Mihajlovic gestures during the Italian Serie A soccer match ACF Fiorentina vs Ac Milan at Artemio Franchi stadium in Florence, Italy 23 August 2015. ANSA/MAURIZIO DEGL INNOCENTI

Sinisa Mihajlovic

Forse è più corretto parlare del ritorno, dopo almeno una decina d’anni di latitanza, del cosiddetto “bus del cul” sacchiano-ancelottiano. Niente di male, ma attenzione. Quelle due squadre la fortuna se l’andavano a conquistare mettendo in campo trame tecniche di primissimo livello. Questa squadra invece naviga a vista. Alla caccia dell’episodio. La storia insegna. Si può anche arrivare molto in alto in classifica grazie alle vittorie aiutate dalla dea bendata o dal colpo del singolo, ma a decidere la storia di un campionato, è sempre il Gioco. Quest’ultimo nelle prime 12 giornate, ci perdoneranno i tifosi più duri e puri, nel Milan non se ne è visto nemmeno la più sparuta parvenza. Unica consolazione: dall’altra parte del Naviglio non si ride di certo. Il derby è alle porte: sarebbe un peccato regalare ad un pubblico in prevalenza rossonera uno spettacolo simile alle ultime 3 partite. Giusto pretendere la qualità. Per certificare al meglio quanto di buono fatto da Montella. Per instillare nella cultura calcistica italiana che giocare bene e vincere, si può fare. E molto spesso, seguendo questa strada, si vince due volte.

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