Capitani coraggiosi

La tradizione ci insegna che da sempre, in un gruppo, si crea una gerarchia quasi istantanea, come se fosse una legge naturale. Viene riconosciuta la supremazia di un membro, cui gli altri non si sentono inferiore ma ne seguono fedelmente l’esempio. È così anche per gli esseri umani, da sempre bisognosi (più che desiderosi) di una guida, di un qualcuno così convinto di sé da trasmettere fiducia. In una azienda viene detto capo, in un partito politico si definisce leader, in una squadra di calcio è semplicemente il capitano.
Già il capitano. Una figura capace di tranquillizzare i compagni quando la pressione sale, ma anche di spronarli quando la situazione lo richiede. Una sorta di allenatore in campo, anche se in realtà molto di più di un semplice mister, perché conosce dinamiche dello spogliatoio che solo un calciatore può capire, e raggiunge meandri che solo un capitano vuole esplorare.
Ma un capitano, oltre ad essere un calciatore con oggettivi meriti sportivi, è un uomo di cui i compagni comprendono il carisma,la determinazione e la rettitudine morale. Perché il campo è la vita di un calciatore, ma la vita è il campo su cui ognuno gioca la propria partita. E il capitano, oltre che essere un vincitore, è un vincente. E la differenza è sottile quanto importante.
Nei decenni di fine secolo scorso, alcuni capitani hanno raggiunto lo status di leggende, una figura oggetto di culto per i tifosi. È così in Inghilterra , con i supporters del Liverpool che ancora rimpiangono uno come Gerrard. È così in Spagna, dove perfino società solide come Real e Barca sentono la mancanza di capitani storici come Raul e Puyol. È così in Germania, dove al Bayern Monaco ogni portiere viene paragonato all’intramontabie figura di Oliver Kahn, e dove sono pronti i fazzoletti per l’addio di Philipp Lahm. Ma l’Italia (almeno in questo) non sta a guardare. Maldini, Del Piero, Zanetti sono il recente passato, di cui il tempo non potrà cancellare il ricordo. Come indelebile è anche il segno lasciato da capitani più lontani nella storia del calcio, quali Baresi, Scirea, Facchetti. Uomini, prima che calciatori. Mai sopra le righe, mai una parola fuori posto, mai egoisti. Perché il calcio è un sport di squadra, perché la vita è un gioco da affrontare a testa alta.
Spesso si dice che i tempi sono cambiati. Al di là delle frasi fatte, è fuori discussione come molti valori morali un tempo imprescindibili ora lasciano il posto ad altre certezze, in una società dominata da icone, da simboli. Anche la figura del capitano è rimasta la copia sbiadita di quello che era un tempo. In alcune circostanze è troppo forte la tentazione di dare la fascia all’uomo copertina (Icardi). A volte mancano figure tali da poter indossare quella fascia, che allora diventa un peso, affidata a qualcuno che i tifosi non credono degno (Montolivo). Spesso poi, ci si aggancia all’ultimo membro di un’orchestra che i suoi concerti migliori li ha già suonati, ma che ancora non vuole appendere strumento ( e scarpini) al chiodo (Buffon).
Un capitano, un uomo che se finisce in prima pagina è per meriti sportivi, non per scandali extracalcistici. Il riferimento non può che cadere a Mauro Icardi, ma sono sempre di più i professionisti del mondo del pallone che vogliono raggiungere la copertina di un settimanale più che la finale di un torneo. Segno che i tempi cambiano. Ma un capitano si consegna alla storia come un bene prezioso. Come un diamante. Un capitano è per sempre.

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