Brasile, l’oro olimpico che spezza la maledizione

oro brasile

C’è davvero tanto dietro l’oro olimpico vinto dalla nazionale brasiliana di calcio. C’è la fine di una maledizione che sembrava impossibile da spezzare dopo le tre finali perse, l’ultima appena 4 anni fa alle olimpiadi di Londra. C’è il pianto di gioia di un popolo che ama il pallone in modo viscerale, un popolo stanco di assistere a delusioni e umiliazioni nello sport nel quale è considerato il migliore, un pianto che ricuce le dolorose ferite provocate dall’uscita ai gironi nell’ultima Copa America e dal Mineirazo, l’umiliante cappotto subito dalla Germania nel mondiale casalingo. C’è la soddisfazione e la rivincita di una generazione che i tanti e feroci critici carioca avevano definito incompiuta, fatta di ragazzi talentuosi ma senza la giusta dose di carattere e temperamento necessari per fare la differenza nei momenti caldi delle competizioni.

L’inizio dell’olimpiade sembrava dar ragione alla stampa brasiliana, decisamente avvezza a caricare d’aspettative la nazionale verdeoro e ancora più brava ad attaccarla al primo scricchiolio. Due pareggi senza reti contro avversari modesti come Sudafrica e Iran, coi talenti Neymar, Gabigol, Gabriel Jesus e compagnia finiti nel tritacarne per i tantissimi errori sotto porta. Messi alla gogna da giornali, addetti ai lavori e tifosi (ma non da Pelé, primo sostenitore della nazionale olimpica), i carioca guidati da Rogerio Micale, già selezionatore dell’Under 20 e subentrato in extremis all’esonerato Dunga, hanno tirato fuori gli attributi schiacciando la Danimarca con un perentorio 4-0, grazie alle reti dei criticati Gabigol e Gabriel Jesus e a una prestazione da leader vero di Neymar, che ha brillato pur senza segnare.

Sbloccatasi mentalmente, la Seleçao regola nei quarti di finale un avversario spigoloso come la Colombia col risultao di 2-0, grazie ai gol di Neymar e Luan che aprono e chiudono la gara. La storia dell’attaccante dell’Atletico Mineiro merita di essere raccontata: perso il padre in un incidente d’auto, fino a 18 anni il ragazzo ha giocato perlopiù a calcio a 5, barcamenandosi tra campo e lavoro per aiutare la famiglia, poi l’improvvisa chiamata del Gremio l’ha inaspettatamente lanciato verso il professionismo, ora Luan è nel mirino di diverse squadre europee.

Tutto facile in semifinale, tennistico 6-0 al malcapitato Honduras, il destino fa sì che il Brasile debba giocarsi l’oro olimpico proprio contro lo spauracchio Germania, selezione giunta in finale schiacciando senza appello avversari di spessore come Portogallo e Nigeria e che ha messo a segno addirittura 21 gol nelle 5 gare della competizione. La partita è eqilibrata e giocata in maniera prudente da entrambe le squadre, com’era lecito attendersi: apre Neymar con una splendida punizione all’incrocio condita da esultanza in stile Usain Bolt, i teutonici reagiscono e dopo aver colpito tre legni agguantano il pari con Meyer, e la gara si trascina così ai calci di rigore.

Dagli 11 metri la generazione di incompiuti, quella senza attributi, quella che nei momenti clou si scioglie come neve al sole, compie il miracolo. Renato Augusto, Marquinhos, Rafinha Alcantara e Luan siglano i primi quattro penalty, anche i tedeschi sembrano infallibili sino all’errore del quinto rigorista, il capocannoniere della competizione Petersen. L’ultimo ad andare sul dischetto è Neymar da Silva Santos Junior, che calcia così il pallone più pesante della sua carriera:

L’olimpiade si chiude col pianto del fenomeno del Barcellona e di tutta la Seleçao, che finalmente spezza la maledizione e regala al Brasile la prima medaglia d’oro nel calcio della sua storia, una medaglia che spingerà anche i più critici e pessimisti ad applaudire i ragazzi in maglia verdeoro e a guardare con più speranza al Mondiale del 2018.

 

 

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