Belotti&Pavoletti: quando un centravanti “spiega” le ali

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“A volte andare avanti è andare indietro, come dai Romani al Medioevo”, dice Marracash in uno dei suoi brani. L’incedere dei tempi non è sempre sinonimo di evoluzione, come tornare sui propri passi non è sempre involuzione. Con un calcio italiano sempre più votato all’acquisto esotico piuttosto che al nostrano, chi avrebbe mai detto che la copertina degli attaccanti se la sarebbero presa di prepotenza due bomber “provinciali”? È la storia di Belotti e Pavoletti, centravanti di Torino e Genoa con nomi che stuzzicano poco la fantasia, ma dotati di un’efficacia disarmante. A coronamento dei numeri fatti registrare dai 2 nelle ultime annate (24 gol in 39 presenze per “Pavoloso”, 16 in 39 per il “Gallo”), arriva puntuale la convocazione in Nazionale da parte del nuovo ct Ventura.

Il fenomeno della revanche dei punteros di casa nostra non è un downgrade, non è un’esaltazione della mediocrità in assenza dell’eccelso, ma una forte presa di posizione dei sottovalutati, una spallata ai potenti e blasonati, seguendo la strada spianata dal Leicester in Inghilterra la scorsa stagione. Andrea e Leonardo sono due ragazzi di provincia, dotati di fame e personalità, bomber di razza come non se ne vedevano in Italia dai tempi della nidiata dei vari Inzaghi, Vieri, etc. Nessuna qualità tecnica o fisica particolare, ma un fiuto del gol fuori dalla norma e una regolarità impressionante. Belotti, classe 1993, ha imparato a farsi conoscere a Palermo, in Serie B, realizzando 10 gol nella serie cadetta all’età di 20 anni, non essendo un titolare fisso. Stesso copione l’anno seguente in A con i rosanero, dove colleziona 6 gol in 38 presenze. Il passaggio al Torino sotto la guida di Ventura ne sancisce la definitiva esplosione, culminata con un girone di ritorno pazzesco in coppia con Immobile, dove mette a segno ben 11 reti in 19 presenze.
Il volo del Pavo spicca dopo aver preso una rincorsa più lunga di 5 anni rispetto a Belotti, essendo la punta Toscana del 1988. A dire il vero, Pavoletti i suoi gol li ha sempre segnati in tutte le categorie, ma l’opportunità di farsi notare non sempre gli è stata concessa, ricalcando le orme di un altro delantero dal fisico importante come Luca Toni, autore di un’estenuante gavetta culminata con l’approdo alla Fiorentina e la definitiva consacrazione nel gotha dei cannonieri italiani. Lanciano in Legapro e Sassuolo in B possono godere delle prime stagioni significative di Pavoletti, che vive il suo exploit a Varese, agli ordini di Mister Bettinelli. Sigla 24 reti in 39 partite e permette ai lombardi di proseguire il proprio cammino in serie B, risultando l’eroe dei playout con 4 gol fra andata e ritorno contro il Novara. Nel 2013/2014 torna a Sassuolo, stavolta in Serie A, dove gioca scampoli di gara e racimola 9 presenze ed 1 gol nel girone d’andata. Durante la finestra di riparazione della medesima stagione Preziosi reputa sia l’attaccante perfetto per il gioco di Gasperini, e mai intuizione fu più felice: 10 presenze e 6 gol al Genoa da Gennaio a Giugno. Lo scorso torneo, però, è quello della ribalta: 14 gol in appena 25 presenze (causa infortunio) gli consentono di essere il miglior marcatore italiano della Serie A, ma non bastano per convincere Conte a portarlo a Euro 2016. Pavoletti è, però, un idolo genoano, e questo conta di più. Il pubblico lo adora per le sue reti e per il suo enorme spirito di sacrificio.

Belotti e Pavoletti sono il prototipo del “9” moderno, che non è altro che il prototipo del “9” di 20 anni fa, solo con qualche compito difensivo in più. Sono i classici attaccanti che “spiegano” le ali, il che non significa solamente il fatto che siano in rampa di lancio, ma, soprattutto, che “giustificano” gli esterni alti in un 4-3-3 (appunto, le “ali”), modulo congeniale per le caratteristiche di entrambi i ruoli offensivi, la prima punta e l’esterno. Attaccanti così non possono non avere ali, e le ali non possono che desiderare attaccanti così. Se poi ci aggiungiamo che i soprannomi dei due sono il “Gallo” e “Pavoloso”, o più semplicemente “Pavo”(che in spagnolo significa curiosamente “Tacchino”), il tutto acquista ancora più senso. I due bomber, nell’accezione nineties del termine e non certo in quella inflazionata odierna, hanno senz’altro una struttura alare predisposta al volo, staremo solo a vedere dove vorranno atterrare.

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